Resident Evil (2026) è il terzo lungometraggio diretto da Zach Cregger e con protagonista Austin Abrams (già visto in Weapons). Il film è l’ottavo adattamento dell’omonima serie videoludica e sta ricevendo consensi positivi a livello internazionale.
Sinossi
Bryan (Austin Abrams) è un fattorino per le strutture sanitarie e ha una compagna che ha scoperto da poco di essere rimasta incinta. Il ragazzo decide di prendere un’ultima consegna e durante il tragitto verrà coinvolto in un incidente. Da quel momento Bryan affronterà la notte più lunga della sua vita e affronterà qualcosa di più grande di lui.

Recensione
Resident Evil è un horror comedy con un unico protagonista, al contrario del precedente Weapons, che era un film corale e diretto con diversi pov. Il film ha un ritmo adrenalinico che non lascia respirare lo spettatore. Spesso la fotografia passa a essere una visuale in prima persona (come in un videogioco) e non mancano i jumpscare sonori e visivi. A differenza di Weapons, in Resident Evil il genere vira esplicitamente sul comico grazie al personaggio interpretato da Abrams e alla sua goffaggine. L’elemento che più mi ha colpita è stato il body horror, con una cgi convincente. Seppur il ritmo sia molto concitato, ci sono delle cose che accadono solo quando sono a favore di camera, il che fa perdere credibilità. C’è poi qualcosa che può sembrare un difetto, ma che in realtà è un pregio e una delle caratteristiche più interessanti del film. Sto parlando dell’incapacità di affrontare un’emergenza da parte di figure competenti, come poliziotti e scienziati. È frustrante vedere coloro che dovrebbero essere i protettori dei civili soccombere non perché non abbastanza forti, ma per le scelte insensate e che, anzi, mettono in pericolo gli altri.

Bryan, un protagonista atipico
Il film si regge sulle spalle di Austin Abrams, già presente in Weapons, che qui interpreta un ragazzo che fa il corriere per le strutture sanitarie di nome Bryan. La fotografia e i costumi ce lo presentano come un giovane uomo stanco e stressato (l’illuminazione ne evidenzia le occhiaie e gli occhi spenti). La prima impressione è che sia qualcuno di invisibile, che non riesce a imporsi abbastanza nel proprio lavoro e nella vita privata. Anche gli accessori del vestiario dicono che Bryan è ancora immaturo per un certo tipo di responsabilità ed è quello che poi ci viene confermato quando lui chiama la compagna, incinta che non sa se tenere o meno il bambino. Bryan è certamente un personaggio atipico per un survival horror, perché non ha alcuna competenza fisica o scientifica. Generalmente in film di questo genere si seguono personaggi “muscolari”, quindi dal fisico scolpito e con una grande preparazione atletica, senza andare troppo indietro, basti ricordare ad esempio Michael B. Jordan ne I Peccatori, mentre Bryan non è niente di tutto ciò. Lui rappresenta lo spettatore, o, visto che siamo in ambito videoludico, il giocatore, che si trova catapultato in una situazione straordinaria e deve da zero imparare a maneggiare le armi. Resident Evil non è il viaggio dell’eroe come ci si aspetta ma una sorta di coming of age, in cui il personaggio impara a crescere e a responsabilizzarsi. In ogni caso, Bryan non è un “cattivo” protagonista, compie scelte sbagliate e cerca di sopravvivere ai suoi errori, è altruista, e vuole provare a fare la cosa giusta.


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