28 anni dopo: recensione di un mondo in lockdown

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Il film 28 anni dopo (2025) è diretto da Danny Boyle e sceneggiato da Alex Garland. Il duo ritorna a lavorare insieme dopo 28 giorni dopo (2000). Questo nuovo capitolo è collegato ai precedenti per quanto riguarda la diffusione del virus della rabbia che trasforma le vittime in creature incoscienti e fameliche.

Il film è stato accolto positivamente dalla critica.

Trama

Sono passati 28 anni dalla diffusione del virus della rabbia e il Regno Unito è in quarantena: nessuno può lasciare il territorio e chi vi entra non può uscire.

Jaime (Aaron Taylor-Johnson) vive con il figlio Spike (Alfie Williams) e la moglie malata Isla (Jodie Comer) su un’isola, insieme ad altri sopravvissuti, al largo della terraferma, dove dilaga il virus. Pochi uomini addestrati di tanto in tanto si recano sulla terraferma per esplorare la zona e uccidere gli infetti. Quando Spike viene a sapere che a terra vive un medico (Ralph Fiennes) che può curare la madre, deciderà di portare di nascosto la donna con sé attraverso un territorio impervio e che pullula di infetti.

Recensione

Il duo Boyle-Garland torna con un film che ha un grande cuore. 28 anni dopo è come diviso in due parti: la prima più dinamica e la seconda più drammatica. Nella prima metà del film il protagonista è Jaime e ci viene mostrato cosa vuol dire vivere isolati da tutto, in un micro-mondo tecnologicamente arretrato e “protetto” dall’alta marea. Alla fine di ogni giornata si brinda ai nuovi eroi che hanno ucciso gli infetti, si addestrano nuove e giovani reclute e non esiste la figura del medico.

28 anni dopo nasce da una pandemia globale che ci ha costretti all’isolamento forzato e a evitare gli assembramenti e, ovviamente, dalla Brexit. Il film protesta con rabbia contro un mondo che ha abbandonato un’intera nazione a un destino crudele e in cui ognuno deve badare a se stesso. È funzionale, anche se inizialmente un po’ alienante, la prima parte del film perché, attraverso le scene d’azione, fa riemergere lo spettatore in quell’inferno che non è stato più esplorato dopo il (non riuscitissimo) secondo capitolo della saga, ovvero 28 settimane dopo.

Memento Mori – Memento Amoris

La seconda parte del film non è vista attraverso gli occhi di un sopravvissuto o di qualcuno che si è trovato in questa situazione all’improvviso (come in 28 giorni dopo o nel derivativo The Walking Dead) ma attraverso quelli di qualcuno che è nato e sta crescendo in un mondo simile, perciò ogni cosa è vista come la normalità, dal fatto che sull’isola non esista un medico fino al trattare gli infetti come bestie da cacciare.

L’incontro tra Spike e il dottor Kelson è anche l’incontro tra il presente e il passato.

È diventato difficile trattare lo stesso concept dal momento che esiste da decenni nel cinema. Solo negli ultimi quindici anni abbiamo avuto Train to Busan, World War Z, Warm Bodies e Pride + Prejudice + Zombies, per citarne alcuni. È ammirevole, però, quando attingendo dai trope del genere si riesce a raccontare qualcosa di già visto ma in modo creativo. 28 anni dopo riesce nell’impresa di raccontare una storia di morte, amore e nascita. Il dottor Kelson ricorda al giovane Spike che tutti devono morire, ma spetta a noi decidere come: non c’è niente di più bello del morire sapendo di amare e di essere amati.

In una delle scene più toccanti del film quella parte di umanità, che sembra essere stata divorata dal virus, riemerge durante un atto purissimo e che ci lega direttamente alla natura. 28 anni dopo vuole ricordarci di rimanere umani pur nella disperazione.

Boyle e Garland non hanno costruito un film dalla trama intricata o ricca di colpi di scena, ma hanno deciso di raccontare l’umanità di oggi che troppo spesso cede alla violenza.

Conclusione

Il film 28 anni dopo non ha una struttura compatta, l’evidente divisone delle due parti compromette leggermente l’integrità della storia, che riesce però a chiudersi ad anello con l’inizio. Si vede che si tratta del primo capitolo di una nuova serie della saga (che continuerà con Il tempio delle ossa), ma il film è valido nelle tematiche perché mette sempre al centro l’uomo, prima della bestia infetta.

Trailer


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